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Sulmona *
Portale Cattedrale di San PanfiloParticolare criptaIl percorso alla scoperta della Sulmona medievale parte sia cronologicamente che topograficamente dalla Cattedrale di S. Panfilo, posta a delimitare l'estremità settentrionale dell'abitato. 

Sorta secondo la tradizione nell'VII secolo su un preesistente tempio pagano dedicato ad Apollo e Vesta, sarebbe infatti la più antica testimonianza dell'Età di Mezzo presente nella città peligna. 

La storia attualmente leggibile della chiesa inizia dalla cripta datata all'anno 1075, divisa in tre navate trasversali da 16 colonne, poi ridotte a 14 per far posto all'altare secentesco in cui sono custodite le spoglie del Patrono. 

Monumento funebre di un cavaliere Vi si conservano opere di epoca medievale, come il bassorilievo in pietra della Madonna col Bambino (XII secolo), le fiancate marmoree della cattedra vescovile (XII secolo), assemblate allo schienale molto più tardo con l'aggiunta di pesi romani reimpiegati come pomelli, e ancora il monumento funebre di un cavaliere, la cui figura giacente dipinta sul fronte del sarcofago è appena leggibile attraverso la sinopia sottostante l'affresco perduto; Bassorilievo in pietra della Madonna col Bambinoil sepolcro, della seconda metà del Trecento, è inquadrato da un arco gotico addossato alla parete, decorata da un affresco rappresentante la Madonna in trono col Bambino tra l'Arcangelo Michele e San Giovanni Battista, che mostra derivazioni dalla pittura senese nella linea fluida e nell'attenzione ai dettagli. Dell'austero impianto medievale della chiesa soprastante, dopo i radicali lavori di rifacimento seguiti al terribile terremoto del 1706, resta unicamente il colonnato in pietra che divide lo spazio interno.

Lungo la navata destra si conserva un Crocifisso ligneo trecentesco, che discende dalla produzione italo-tedesca diffusa nelle Marche all'inizio del secolo. All'esterno dell'edificio, la cornice marcapiano a foglie di acanto divide la parte superiore della facciata, ricostruita dopo il sisma, da quella inferiore in cui si apre il portale centrale archiacuto, affiancato da una coppia di leoni stilofori che sostengono due edicole con le statuette di San Panfilo, titolare della chiesa, a destra, e di San Pelino, Vescovo di Valva, a sinistra, in riferimento all'unificazione delle due diocesi; l'opera si deve ad un artista umbro, Nicola Salvitti da Spoleto, che lo compì nel 1391 insieme al perduto rosone soprastante. Nella lunetta è affrescata una Deposizione quattrocentesca, attribuita al cosiddetto Maestro della Cappella Caldora, artista che deriva il nome dal ciclo pittorico della cappella posta all'interno della Badia di S. Spirito al Morrone. Il più antico portale laterale, che si apre sul fianco sinistro dell'edificio, è da ascrivere alla fase romanica (1075-1119) e presenta un'iscrizione sull'architrave e un frammento di epigrafe romana murato nella lunetta. 

Affresco rappresentante la Madonna in trono col Bambino tra l'Arcangelo Michele e San Giovanni BattistaContemporanee le tre absidi, decorate ad archetti pensili poggianti su mensole con protomi umane e motivi vegetali.

Facciata della SS. AnnunziataLasciata la cattedrale e attraversata la Villa Comunale, ci inoltriamo lungo corso Ovidio, principale arteria del centro antico, intitolata al poeta latino che qui nacque nel 43 a.C.. Raggiunto il grandioso complesso della SS. Annunziata, si può visitare la Sezione medievale-moderna del Museo Civico, ospitato all'interno del palazzo. Tra le opere esposte, appartengono all'Età di Mezzo reperti lapidei, affreschi staccati, il prezioso Catasto cittadino del 1376, una raccolta di oltre cento monete, molte battute nella zecca sulmonese istituita nel 1382, ma soprattutto splendidi esemplari trecenteschi di oreficeria sacra, alcuni dei quali prodotti dalle raffinate botteghe locali. Ritornati su corso Ovidio e giunti all'altezza del "quadrivio" imbocchiamo sulla destra via Mazara, non senza aver notato le catene murate del 1347 sui cantonali dei due palazzi ad angolo sul corso, sopravvivenze di un sistema difensivo messo in atto in caso di assalto delle cavallerie nemiche, che consentiva di sbarrare l'accesso alle quattro strade che si dipartono dal crocevia. Proseguendo, dopo pochi metri ci troviamo di fronte alla chiesa di S. Francesco della Scarpa, fondata secondo la tradizione da Carlo II d'Angiò all'incirca nell'anno 1290, ma più probabilmente da lui rinnovata. Particolare della SS. AnnunziataDi quello che doveva essere lo splendido edificio medievale restano poche testimonianze: il sisma del 1706 devastò infatti anche la chiesa dell'Ordine Francescano e l'attiguo convento, oggi sede del Comune. Della facciata originaria si conserva il portale ogivale assai simile a quello della cattedrale e presumibilmente contemporaneo;. nella lunetta è raffigurata una Madonna del latte tra Angeli e Devoti. Il rosone che si apriva nella parte superiore della facciata è andato distrutto, ad eccezione della cornice circolare. 

Nulla ci è pervenuto purtroppo dell'interno, tranne brani di affreschi in un ambiente al piano superiore, datati alla metà del Trecento, e pochi lacerti, anch'essi trecenteschi, dipinti sulla parete di controfacciata; tutti caratterizzati da influssi senesi. Singolare la vicenda della zona presbiteriale della chiesa i cui resti, rimasti esterni all'edificio attuale dopo la sua ricostruzione in dimensioni ridotte seguita al terremoto, costituiscono un corpo a sé stante, in parte celato dalle costruzioni che nel tempo vi si sono addossate. 

Particolare della torre campanaria, dalla forma a scarpa della Chiesa di S. Francesco della ScarpaAll'interno dell'abside poligonale, nota come 'Rotonda di S. Francesco, sono sorti nell'Ottocento una serie di ambienti, oggi utilizzati per mostre e rassegne.

L'ingresso su corso Ovidio, corrispondente al portale laterale dell'antica chiesa, smentisce la sua funzione secondaria con la maestosità dell'apparato decorativo: preceduto da una scalinata che ne esalta l'impatto visivo, il portale a tutto sesto, fortemente strombato, accoglie nella lunetta la Madonna col Bambino tra S. Francesco e S. Maria Maddalena, affresco degli inizi del '500. A sinistra è addossata la torre campanaria, dalla forma a scarpa, aggiunta probabilmente dopo il terremoto del 1456 con funzione di sostegno.

Di fronte si snoda la spettacolare sequenza delle ventuno arcate dell'acquedotto costruito, come recita l'iscrizione posta tra il settimo e l'ottavo arco, regnante Manfredi di Svevia nell'anno 1256. La poderosa opera di architettura civile si sviluppa per una lunghezza di oltre 100 metri e fino agli inizi dell'Ottocento comprendeva un ramo secondario che, attraversando corso Ovidio, riforniva di acqua l'area occidentale dell'abitato.

Particolare arcate dell'acquedotto Attraverso gli imponenti archi ogivali della struttura si apre alla vista il grandioso spazio di piazza Garibaldi, l'antica Piazza Maggiore, sede del mercato fin dall'età sveva, delimitata dalla doppia cornice degli edifici sacri e privati e delle alture del Morrone e della Majella.

Importanti edifici medievali ornano la piazza: ad una estremità dell'acquedotto il complesso monastico di S. Chiara, di fronte la gotica facciata della chiesa di S.Filippo, datata 1315. Preceduta da una scenografica scalinata, interrotta da un portale barocco, la chiesa di S. Chiara rivela poco delle sue origini duecentesche dopo la ricostruzione seguita al terremoto del 1706. All'interno si conserva la tomba della Beata Floresella di Palena, fondatrice dell'attiguo convento nel 1260, come ricorda l'iscrizione murata nel paliotto dell'ultimo altare sulla destra. Un ciclo pittorico del Due-Trecento con Scene della vita di Gesù e di S. Francesco di Assisi è stato rinvenuto pochi anni fa nella chiesa interna al monastero, riservata alle Clarisse. Del tutto peculiare la storia della chiesa di S. Filippo, alla cui facciata grezza sul finire dell'ottocento fu addossata l'attuale, pertinente all'antica chiesa di S. Agostino, un tempo prospiciente il piazzale Carlo Tresca nei pressi della Villa Comunale, andata distrutta insieme all'annesso monastero col sisma degli inizi del Settecento. Contrasta quindi con il modesto interesse dell'interno della chiesa il bel portale ogivale inserito in un frontone cuspidato ornato al centro dal rilievo scultoreo raffigurante S. Martino che dona il mantello al povero; l'affresco quattrocentesco che ornava la lunetta, con la Madonna col Bambino tra S. Lorenzo e S. Agostino, fu staccato in occasione del trasferimento della facciata ed è conservato in una sala del Museo Civico.

Vista di piazza Garibaldi, l'antica Piazza Maggiore.Ritornati su corso Ovidio si incontra dopo qualche decina di metri sulla destra un'ampia piazza in pendenza, al sommo della quale domina la chiesa di S. Maria della Tomba, bell'esempio di stile romanico abruzzese caratterizzato dal coronamento orizzontale e dalla presenza del rosone, che un'iscrizione posta in basso a destra ci dice lavorato nel 1400 a spese di Palma de Amabile. L'edificio, sorto nel XII secolo secondo la tradizione sulle rovine di un tempio pagano dedicato a Giove e in prossimità del luogo dove si dice fosse la casa del poeta Ovidio, ebbe un'importante fase tardomedievale testimoniata dalla facciata e dalle strutture portanti dell'interno. Il portale gotico ricorda quelli della Cattedrale e della chiesa di S. Francesco della Scarpa, ed è presumibilmente databile agli stessi anni, sul finire del Trecento, mentre le porte lignee furono eseguite nel 1441. Al fianco destro della chiesa nel 1424 si addossò un ospedale, di cui oggi resta solo la facciata "a vento' con una finestra bifora.

Particolare della SS. AnnunziataAlla fine degli anni Sessanta la chiesa è stata oggetto di un radicale restauro teso soprattutto alla restituzione dell'aspetto originario dell'interno, pesantemente compromesso dalle trasformazioni del 1857. L'intervento ha riguardato anche il ripristino della originaria copertura a travatura lignea (che ha comportato la sopraelevazione della facciata esterna con l'aggiunta di alcuni corsi di pietra conclusi da una cornice ad archetti pensili) e il parziale recupero di brani di affreschi parietali, tra cui alcuni dipinti sul finire del Trecento per lascito testamentario. Da notare infine un bassorilievo con Adamo e Eva sul pilastro sinistro del transetto ed una campana fusa nel 1314 da Bartolomeo da Pisa, posta nell'angolo a destra dell'ingresso.

Seguendo sempre l'asse viario principale oltrepassiamo sulla destra la chiesa di S. Lucia di origini trecentesche e annessa al convento delle Benedettine, il cui chiostro è ora inserito all'interno di un'abitazione privata. Appartenente sicuramente alla fase più antica della chiesa il bassorilievo raffigurante l'Albero della vita, murato nella parte superiore del fianco esterno prospiciente corso Ovidio.

Porta Napoli la più monumentale delle porte pertinenti alla cinta murariaRaggiungiamo quindi Porta Napoli la più monumentale delle porte pertinenti alla cinta muraria tardoduecentesca, di cui è documentata l'esistenza col nome di Porta Nova già nel 1338, anno di costruzione sulla parte sinistra del prospetto interno di un altare a protezione della città, dedicato alla Madonna della Pace, di cui sono ancora visibili alcuni frammenti di decorazione ad affresco, nonché un archetto ogivale con cornice a palmette e un piccolo rilievo con Agnus Dei. Alla fine dell'Ottocento al di sotto di questi resti è stata posta, incorniciata da volute, un'immagine della Madonna della Pace eseguita nel 1821. Completa la decorazione della semplice facciata interna una finestra rettangolare al piano superiore, con piedritti decorati da girali di tralci di vite. La porta ha una struttura a pianta rettangolare e doppio fornice, con sistema di chiusura a saracinesca, come denuncia la scanalatura che corre lungo i due piedritti e il profilo interno dell'arco. Il passaggio è coperto da una volta a crociera costolonata cui si sovrappone l'alloggio del corpo di guardia. Perduta è l'originaria merlatura di coronamento.

Ben più imponente è la facciata esterna, in pietra calcarea dalla calda tonalità. Il parametro a bugnato rustico della zona inferiore si appiattisce progressivamente verso l'alto, parallelamente la decorazione a rosette dei blocchi, in rilievo, diventa ad incavo nel passaggio da superficie liscia; il medesimo motivo decorativo si ritrova lungo la cornice marcapiano e nei piedritti e nell'arco acuto del finestrone superiore, interrotto solo dalle mensole d'imposta, due frammenti a rilievo di epoca romana raffiguranti una scena di caccia a sinistra e una di sacrificio a destra. 

Fino allo scorcio dell'Ottocento la porta era affiancata da tratti di mura, pienamente inserita quindi nel tessuto della cinta urbana medievale che, sorta verso la fine dei Duecento per inglobare i nuovi borghi nati a ridosso delle mura altomedievali, ricalcava lungo i lati ovest ed est il perimetro già di età romana - difeso naturalmente dai due corsi d'acqua Gizio e Vella - ampliandosi invece nelle due sole direzioni possibili, ossia a nord e a sud. 

Nel '400 furono aggiunte alla cortina muraria torri a scarpata quadrangolari e un torrione circolare.

Partendo da Porta Napoli, che segna l'estrema propaggine meridionale della cinta urbana, è possibile compiere un ITINERARIO LUNGO LE MURA percorrendo le due vie di circonvallazione: l'orientale e poi l'occidentale.

Incontriamo per prima Porta Saccoccia di epoca incerta, oggi costituita da elementi molto semplici riferibili al XVIII secolo. Seguendo il tracciato delle mura, abbastanza ben conservato, arriviamo a Porta Pacentrana, accesso principale al borgo omonimo. L'arco ogivale in pietra ha in chiave uno stemma scalpellato e la facciata esterna, intonacata, è dipinta con un motivo geometrico ad effetto tridimensionale dai toni rossastri. 

Il piano superiore, poggiante su una volta a botte e destinato in origine a Sala d'Armi, è oggi incorporato in fabbricati privati. Varcando questo ingresso percorriamo via Dorrucci, al termine della quale si innesta sulla destra, in forte pendenza, via Marselli, un tempo rampa di accesso alla più ristretta città altomedievale attraverso Porta Manaresca, di cui un residuale accenno di arcata è visibile sul cantonale del cinquecentesco Palazzo Sardi, alla sommità del pendio. Imbocchiamo ai piedi della salita, sulla destra, via Federico II per ritornare sulla circonvallazione orientale dove, dopo un tratto abbastanza rettilineo, si giunge in prossimità della rampa di accesso a Porta Japasseri Già inserita nella primitiva cinta, mantenne la propria funzione anche dopo la costruzione delle mura tardo-duecentesche; ne restano oggi solo i piedritti, mentre è ben conservata la cortina muraria, che disegna un'ampia curva in cui si inserisce una torre cilindrica. Al termine della circonvallazione si giunge in piazzale Carlo Tresca, dove sorge il monumento ai Caduti; da qui sul lato opposto ha inizio la discesa di via Porta Romana, che conduce all'omonima porta. Posta lungo il lato occidentale delle mura, con arco a tutto sesto, si ricollega alla tipologia dell'arco trionfale romano nelle proporzioni e nell'ampiezza dei pilastri laterali. 

Le sue forme attuali sono datate al 1429, come si legge sullo stemma a sinistra dell'arco romanico, cui corrisponde sull'altro lato quello cittadino contraddistinto dalle lettere SMPE, iniziali del verso ovidiano Sulmo mihi patria est. A destra la porta si raccorda per mezzo di una rampa a Porta Bonomini, l'apertura nord occidentale dell'antica cinta, di cui si conservano i piedritti, ricostruita dopo il sisma del 1706.

Lungo l'asse viario inquadrato da questa porta ve né una seconda, Porta Molina, accesso secondario già presente nella cinta muraria altomedievale, che si presenta oggi in strutture di epoca molto tarda, con arco in pietra a tutto sesto preceduto all'interno da una volta a botte di maggiore altezza e ante ancora in situ. Utilizzando questo passaggio e percorrendo in discesa la rampa di accesso si ritorna sulla circonvallazione occidentale, dove poco oltre si incontra Porta Sant'Antonio, con arco ogivale poi ribassato da una lunetta affrescata sul lato interno con l'immagine del Santo di Padova. La parte superiore fu adibita forse nel '700 ad abitazione privata, come testimonia lo stemma con tre melegrane che la famiglia Granata appose sul vertice dell'arco esterno; questa porta sostituì nella funzione la soprastante Porta Filiamabili, anch’essa a sento acuto, posta sulla sommità di una ripida rampa a chiusura dell’abitato antico. Non lontano sorge Porta Santa Maria della Tomba che deriva il nome dalla vicina chiesa, attorno alla quale all'inizio del Trecento si venne formando l'omonimo borgo. 







Le attuali strutture della porta sono secentesche: l'apertura ad arco è stata successivamente chiusa da una lunetta affrescata sul lato interno con una Deposizione, che la volta a botte su cui poggia il piano superiore immerge nella penombra. Percorso,l’ultimo tratto della circonvallazione occidentale si ritorna a Porta Napoli, completando così il circuito delle mura.

Negli immediati dintorni della città, in particolare ad est nella frazione di Badia, si trovano importanti edifici di origine medievale, come la Badia di S. Spirito al Morrone e l'Eremo di S.Onofrio. Entrambi devono la loro fondazione a Pietro Angelerio da Isernia, divenuto papa nel 1294, col nome di Celestino V.

L'edificio conventuale, fu eretto in forme modeste alle pendici del monte Morrone nella prima metà del '200, divenendo successivamente sede dell’abate generale dell'Ordine dei Celestini fondato dal santo eremita; nella chiesa inferiore si conserva un affresco dei primi decenni del ‘300 raffigurante Pietro Celestino che dispensa la regola. Fu ampliato e abbellito nel '500 e ancora nel secolo successivo, poi trasformato a seguito del sisma del 1706. Dopo essere stato adibito per decenni a casa di reclusione,l'imponente complesso è attualmente oggetto di un intervento di recupero che non ne consente la visita. Altro edificio legato a Celestino V è l'Eremo di S. Onofrio, situato a mezza costa del monte Morrone. Partendo dalla Badia si raggiunge in auto il piazzale belvedere, proseguendo poi a piedi lungo una mulattiera.

In un piccolo oratorio dalla volta stellata si trovano gli affreschi più antichi, eseguiti da un Magister Gentilis alla fine del Duecento: sulla parete di fondo è affrescata una Crocifissione con i dolenti e angeli, nella lunetta soprastante la Madonna in trono col Bambino, nella sovrapporta di fronte le mezze figure di S. Benedetto tra S. Mauro e S. Antonio Abate; sulla parete sinistra un altro affresco che rappresenta S. Pietro Celestino in abiti pontificali, eseguito poco dopo la sua morte. Una gradinata esterna conduce alla grotticella scavata al di sotto dell'oratorio dove i fedeli praticano la litoterapia, adagiandosi in un incavo della roccia che secondo la tradizione reca impressa l'impronta del corpo del Santo, e compiendo la strofinazione rituale delle pareti - stlillanti acqua ritenuta miracolosa - con le parti del corpo colpite da artrosi e malattie reumatiche.

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